Santo Stefano ai FerriTivoli · ricerca documentale
La facciata di Santo Stefano ai Ferri vista dal basso, dal cortile del vicolo

Tivoli · Vicolo dei Ferri

Santo Stefano
ai Ferri

Una chiesa che per secoli ha vissuto di robba: fabbro, granaio, teatro, casa. Questa è una ricerca documentale sulla facciata, sull'architettura, sul ciclo di affreschi di San Stefano e sui cavalieri della navata: ogni testo è accompagnato dalla fonte che lo sostiene, con pagina e link.

scorri

La facciata vista dal basso, dal cortile del vicolo · fotografia del committente

Il metodo

Una ricerca, non una ricostruzione

Il sito non interpreta il monumento: lo documenta. Ogni affermazione è riportata dalla fonte che la sostiene — quasi sempre con la citazione testuale e il numero di pagina — e ciò che è osservazione diretta è dichiarato come tale.

Le fonti

Primarie e istituzionali

Tre numeri degli Atti e Memorie della Società Tiburtina (1936, 1964, 1993), lo studio di Adalberto Ottati sul reimpiego (2011), le schede del Comune di Tivoli, la voce NASSCAL del ciclo (ECMA 200) e l'articolo di Francesco Pecchi su Annales (2021). Tutte con link e pagina.

Le immagini

Dalle fonti, non da generazioni

Le tavole degli Atti e Memorie, le fotografie di Wikimedia Commons, le riproduzioni del ciclo da Kaftal e de Gaiffier via NASSCAL, le foto dell'articolo di Pecchi, la galleria del restauro 2025. Ogni immagine porta il credito della fonte.

I limiti

Dichiarati, non nascosti

Le quote della facciata sono una misura propria su fotografia raddrizzata, non un rilievo. La lettura dell'iscrizione sull'architrave è parziale. La pianta è una ricostruzione schematica. Non essendo le fonti concordi su alcuni punti, le versioni diverse sono mostrate entrambe.

Le domande aperte

  • Quando è nata? La tradizione la vuole fondata da papa Simplicio (468–483); per Pecchi la prima menzione è del 1400; il Comune e Pacifici indicano la biografia di Leone III (795–816).
  • Che cosa sono i tre archi? Pacifici li descrive come archi di scarico della trabeazione, occlusi tutti a metà del Cinquecento; TiburSuperbum parla di bifore e trifora murata.
  • Una sola colonna o due? Ottati scrive che «ne rimane visibile soltanto una, a destra»; nelle fotografie se ne vedono due, con capitello.
  • Templari o crociati? Gli studi letti parlano di crociati. Il riferimento all'Ordine Templare compare in un articolo divulgativo del 2021 e nelle immagini: è un'ipotesi, non un dato.

Il fabbricato

Una navata, un abside, un portico murato

«L'impianto originario era costituito dalla navata centrale, da un portico antistante l'ingresso principale e dal campanile»: Giuseppe U. Petrocchi, 1993.

Pianta della chiesa di Santo Stefano ai Ferri, disegno di Petrocchi 1993
Pianta della chiesa, con l'impianto urbanistico medievale: l'isolato fra via del Duomo, vicolo dei Ferri e piazza del Comune. Disegno di G. U. Petrocchi, Atti e Memorie LXVI (1993), tav. III.
Il grande arco della Cappella dell'Annunziata
Il grande arco della Cappella dell'Annunziata, oggi scomparsa, che comunicava con la navata. Per G. U. Petrocchi (1993) «può simboleggiare l'ingresso dei crociati in chiesa per l'ultima benedizione prima della partenza»: una ipotesi, dichiarata come tale. Foto in Atti e Memorie LXVI (1993), tav. XV.
Prospetto della chiesa di Santo Stefano ai Ferri nel 1824
La chiesa nel 1824, all'indomani della sconsacrazione, in un prospetto di L. Cardinali riprodotto negli Atti e Memorie XVI (1936): la facciata ha già l'aspetto odierno, con il portico murato e i tre archi del registro superiore.

La facciata, misurata

L'elevazione vera, ricostruita dalla fotografia

Le fotografie sono state raddrizzate in prospettica usando i punti di fuga ricavati dalla foto stessa: le linee orizzontali della facciata convergono a sinistra, gli spigoli verticali in alto. Il risultato è un'elevazione ortogonale della parete, dalla base al coronamento, sulla quale la scala è fissata dalla finestra con inferriata (1,00 m). L'elevazione è fissa: non si zooma, non si sposta. I numeri a sinistra e i punti numerati sulla facciata rimandano alle schede di approfondimento.

01

L'insieme

Circa 8,8 metri di larghezza per 8,9 metri di altezza complessiva: un prospetto compatto, non slanciato, che comprende il corpo medievale e il piano abitato più tardi. Le quote derivano dalla scala fissata sulla finestra con inferriata (1,00 m) e non sono certificate da un rilievo. Nessuna delle tre aperture è simmetrica alle altre: sono tre interventi diversi, non una serie.

02

Il coronamento

La fascia superiore chiude la costruzione medievale: il dentellato in travertino è la parte più bella della facciata, e il segno che distingue questo edificio da qualunque altro del vicolo.

03

I tre archi a sesto ribassato

Nel registro superiore si aprono tre archi: due finestrati, il centrale più antico e murato, dove si vede la macchia dell'intonaco di richiusura. Non sono equidistanti: il sinistro è più piccolo e spostato verso il margine, il destro è il più ampio.

04

La dentellatura in travertino

Denti di travertino alternati a elementi in laterizio: «molto bella la dentatura di travertino del coronamento superiore», scrive la scheda di Visit Tivoli. È il punto in cui la costruzione romanica si dichiara, e il punto in cui la facciata registra la sua età.

05

L'architrave iscritto

Sopra il portale, un blocco di travertine porta un'iscrizione consumata: sulla riga superiore si legge PAVLVS, la riga inferiore sembra proseguire con EPISCOPVS · TIBVRTINVS. È una lettura ricavata dalla fotografia — nessuno degli studi consultati dà il testo dell'epigrafe, e ciò che segue non è distinguibile.

06

Il portale e il portico

Due colonne in marmo cipollino al centro, colonne a più tronconi ai lati: ne resta visibile una sola, a destra, su una base attica di epoca repubblicana. Il portico è stato murato e il suo spazio è diventato la facciata stessa.

Elevazione raddrizzata della facciata di Santo Stefano ai Ferri
5 m

Sovrapposizione disattivata: l'elevazione è la fotografia raddrizzata, alla scala della barra.

La stessa facciata, nel tempo

Come si legge la scala, e che cosa c’è dentro

Il confronto con il disegno del 1824

Non esiste, nelle fonti accessibili, alcuna misura metrica pubblicata della facciata: l’unica elevazione nota è il disegno riprodotto da Pacifici nel 1936 (Atti e Memorie XVI, p. 88), che pure non riporta quote né scala. Ma consente un confronto di proporzioni che le fotografie non permettono, perché documenta la facciata prima che l’edificio venisse adibito a granaio e poi a civile abitazione. Misurata sulla riproduzione in pagina, con base 100 sulla larghezza, la composizione è simmetrica: i tre archi superiori sono centrati al 17,7 %, al 49,4 % e all’81,8 % della larghezza, con asse al 49,7 %.

L. Cardinali, Memorie romane (1824), riprodotto in V. Pacifici, 1936, p. 88 — misure dell’agente sulla riproduzione, errore ±5 %

Una seconda misura, indipendente

La stessa fotografia, rilavorata sulla finestra con inferriata con una seconda convenzione di misura, dà una larghezza di facciata compresa fra 7,4 e 8,1 metri (stima migliore ≈ 7,8 m). La differenza rispetto agli 8,8 m della barra è dell’ordine dell’incertezza che l’ancora stessa comporta: la finestra da 1,00 m è un’assunzione, non un dato di fonte. Va inoltre ricordato che la rettifica prospettica forza il rettangolo della facciata in un quadrato: le quote orizzontali sono leggibili, quelle verticali non lo sono, perché la compressione verticale della fotografia originale è forte. Il rapporto altezza/larghezza della facciata, che il disegno del 1824 colloca intorno a 1,09 (muro, tetto escluso), non è dunque confermato da alcuna fonte.

Misura dell’agente sulla fotografia del committente, ricostruita con la stessa proiezione dell’elevazione

Che cosa sono i tre archi in alto

I tre archi a sesto ribassato che si leggono sopra la cornice non sono decorazione: sono le ghiere di alleggerimento della trabeazione marmorea, che «per tutta la sua lunghezza» si appoggia sui sostegni. Nel disegno del 1824 il portico mostra quattro sostegni: due colonne libere in cipollino al centro e due colonne «a tronconi», ridotte e inglobate in pilastri, ai lati; capitello in marmo di Luni, base attica repubblicana con alto imoscapo in travertino, cortina in laterizi di reimpiego.

A. Ottati, Atti e Memorie LXXXIV (2011), §2.3, pp. 189-190, tav. IV

Il tronco di colonna

Nel portichetto laterale si legge ancora un rozzo tronco di colonna, «inserito nel muro»: «testimonia la preesistenza del portico, e il vano occluso della vecchia porta». È l’indizio più antico disponibile sull’esistenza di un portico anteriore alla facciata attuale.

V. Pacifici, Atti e Memorie XVI (1936), p. 87
Prospetto della chiesa di Santo Stefano nel 1824, disegno di L. Cardinali
«La profanata chiesa di S. Stefano nel 1824 (caso di abitazione)», disegno di L. Cardinali riprodotto in V. Pacifici, Atti e Memorie XVI (1936), p. 88: l’unica elevazione nota della chiesa nel suo assetto medievale, anteriore all’innalzamento ottocentesco e al restauro del 1921.

Architettura

Il portico, le colonne, gli archi

Adalberto Ottati ha dedicato alla chiesa un capitolo del suo studio sul reimpiego nella Tivoli medievale (2011). È la descrizione più puntuale che esista: il portico murato, la trabeazione, le colonne e i capitelli.

«Il portico di facciata era costruito su un'ampia trabeazione marmorea, poggiante su colonne in marmo cipollino al centro, e da colonne composte da più tronconi ai lati, oggi inserite in pilastri; ne rimane visibile soltanto una, a destra, composta da un troncone in marmo portasanta sormontato da uno in travertino e poggiante su una base attica di epoca repubblicana con alto imoscapo in travertino.»

A. Ottati, Alcuni casi di reimpiego nella Tivoli medievale, Atti e Memorie LXXXIV (2011), §2.3
Frammento di affresco con sansevero
Il capitello reimpiegato: Adalberto Ottati lo avvicina ai capitelli delle cariatidi del Canopo a Villa Adriana, e gli attribuisce al II secolo per «misure, proporzioni e intaglio».

Il portico

«Un portico era nella parte inferiore formato da due pilastri laterali sormontati da piccole cornici marmoree e da due colonne pure di marmo con capitelli formati da vecchie basi d'ordine composito. Sul portico ricorre un architrave sormontato per tutta la lunghezza frontale da una cornice di marmo a rosette e punte di diamante. Su di essa poggiano tre archi di scarico con mattoni a taglio incidenti sulle colonne e i pilastri angolari.»

V. Pacifici, 1936, p. 65

I tre archi

«Componevano essi una trifora centrale e due bifore laterali, occluse tutte sulla metà del cinquecento e sostituite con tre fenestre di travertino a tutto sesto delle quali è scomparsa quella mediana.»

V. Pacifici, 1936, p. 65
La facciata

Due registri

«La facciata in laterizio è divisa orizzontalmente in due parti: in quella superiore si aprono tre archi a sesto ribassato.» Nel registro inferiore «la cortina possiede laterizi di reimpiego», mentre «la trabeazione è alleggerita da ghiere a sesto ribassato per tutta la sua lunghezza».

Visit Tivoli (Comune di Tivoli) · A. Ottati, 2011
Il campanile

Bifora e trifora

«Sul lato destro si innalza il campanile, caratterizzato da una bifora su pilastro al primo piano e da una trifora al secondo.» Pacifici lo descrive come «un profilo di campanile romanico chiuso nelle sue finestrelle ad arco, ormai cieche»: due descrizioni diverse, entrambe conservate.

Visit Tivoli · V. Pacifici, 2015
Le finestre

Chiuse nel Quattrocento

«Le finestre della facciata furono modificate forse già nel Quattrocento e ridotte a singole aperture, con la trifora principale che subirà una tamponatura totale in epoca successiva.» TiburSuperbum: «le due bifore furono chiuse ed al loro posto si lasciarono due finestre, realizzate in travertino ed ad arco a tutto sesto».

F. Pecchi, 2021 · TiburSuperbum

«Tutti i particolari architettoni sia della chiesa che del campanile sono propri dei secoli XI-XII.»

V. Pacifici, 1936, p. 65

Il ciclo di San Stefano

Sette episodi, una volta coperti di calce

Nel 1910 Vincenzo Pacifici scoprì, nell'officina di un fabbro ferraio che vi era insediata, il ciclo della cappella: «sotto un duro intonaco di calce e uno spesso strato di fuliggine». Le pitture erano però note da tempo: le visite pastorali del 1574 e del 1581 ne registrano l'esistenza. Qui sotto le immagini dalle fonti e la descrizione che Pacifici ne diede, riga per riga.

Il ciclo di San Stefano nella cappella
La parete del ciclo. «L'affresco sulla vita di S. Stefano è quasi perfettamente conservato su di una parete; il ciclo della leggenda del predetto santo, racchiuso in una sagomatura gotica a sesto acuto, è ripartito in sette episodi raggruppati due a due in sei "caselle" orizzontali mentre il settimo è incasellato nella sommità.» — TiburSuperbum

Le altre pareti

La prima pubblicazione, e l’errore di attribuzione

1929–1930: «la leggenda di S. Onofrio»

Il primo studio sugli affreschi appena scoperti è quello di Pacifici negli Atti e Memorie IX-X (1929-30). La tavola XV presenta la scena della cerva come «episodio della leggenda di S. Onofrio»: la lettura è sbagliata, perché la scena appartiene al ciclo di San Stefano — e le tavole successive lo chiariranno. La tavola XIV documenta intanto la Dormizione della Vergine e il simbolo di San Matteo, cioè la decorazione della volta.

V. Pacifici, 1929-30, pp. 285-299, pl. XIV-XV

1937: la numerazione definitiva

Nel 1937 Pacifici pubblica «Gli affreschi giotteschi di Tivoli» con quattro tavole fotografiche che riprendono il Crocifisso, i coniugi in preghiera, il demonio che rapisce il neonato, l’angelo maestro e la predicazione: sono gli affreschi nel loro stato degli anni Trenta, anneriti e ancora coperti di calce. La numerazione delle tavole non coincide con quella oggi in uso: qui la scena del demonio porta il numero III, mentre nella scheda NASSCAL — che segue l’ordine delle scene — è il secondo episodio.

V. Pacifici, 1937, p. 250, tav. II-IV · NASSCAL, ECMA 200

1968: la Natività di saint Étienne

Lo studio che chiude la questione è quello di Baudouin de Gaiffier: «La nativité de Saint Etienne: à propos des fresques de Tivoli». La tavola I fotografa l’intera parete della cappella e legge il ciclo nella tradizione della vita di Stefano: è la stessa immagine che NASSCAL riproduce come «full cycle».

B. de Gaiffier, Atti e Memorie XLI (1968), pp. 105-112, tav. I
Fotografia del 1929-30 della scena della cerva, con il vescovo Giuliano
La tavola XV del 1929-30: la scena della cerva, la nutrice e il vescovo Giuliano, allora pubblicata come «episodio della leggenda di S. Onofrio». Nella fotografia si legge ancora la didascalia originale, cambiata in seguito.
Fotografia del 1937 della scena del demonio che rapisce il neonato
La tavola III del 1937, «Il diavolo rapisce e sostituisce il neonato dormiente»: l’affresco ancora annerito, con la didascalia originale stampata a lato.

«Mi sono riapparsi così tutti i dipinti, eccettuati taluni particolari, e si è potuto stabilire che essi furono eseguiti in due epoche diverse se pure non molto distanti fra loro. Ad un primo tempo si deve la decorazione della volta con i simboli degli evangelisti, quella della Crocifissione e quella della parete di fondo con le scene del Presepio e della Dormizione di Maria; ad un secondo tempo la leggenda agiografica.»

V. Pacifici, 1936, p. 78

La parete sinistra

I cavalieri che andavano verso la crociata

Sulla parete sinistra della navata, al di sotto di un frammento più antico, restano due cavalieri a cavallo e i resti di un terzo. Sono stati letti come i crociati che entravano in chiesa per ricevere la benedizione: un'ipotesi, che gli autori stessi dichiarano tale.

«Sono venuti alla luce due bellissimi cavalieri a cavallo e, a qualche metro di distanza, il frammento di un altro cavallo. Che cosa raffigurava questa teoria di cavalieri, i quali, si badi bene, si avviavano dall'abside verso l'uscita?»

M. Petrocchi, 1964, p. 182

«Comunque questa è solo una ipotesi, perché la grande raffinatezza di questo affresco potrebbe derivare dalla imitazione di qualche arazzo di origine francese (od anche di qualche miniatura).»

M. Petrocchi, 1964, p. 183

La datazione

«Per me l'affresco tiburtino è databile alla prima metà del Duecento (in quanto alcuni tipi iconografici d'oltr'Alpe avrebbero avuto bisogno di un certo tempo per penetrare nella cultura laziale si potrebbe forse portarlo al terzo decennio del Duecento).» L'armamento è «stimato dal Deschamps e dal Thibout non posteriore a Filippo Augusto (1204-1223)».

M. Petrocchi, 1964, p. 183
Cavaliere affresco in S. Stefano
Tav. X: il cavaliere della parete sinistra della navata. «Cavalieri dell'Apocalisse? Ma la raffigurazione è però troppo realisticamente svolta e può darsi che vi sia raffigurato l'avvio dei cavalieri verso la crociata.»
Graffiti sulle vesti dei cavalieri
Tav. XII: i graffiti gotici sulla veste del cavaliere — «Hic fui et…», «Del… XC septembre MVI (1506) hic fui…», e il nome di una devota, «MA.BIA», l'unico elemento di datazione reperto da Pacifici sul dipinto.
I confronti

Artins, Bayeux, Aquileia

«Il tipo dei cavalieri di Tivoli ha sicuri elementi romanici»: Petrocchi confronta l'affresco con il combattimento dei crociati di Artins (Loir-et-Cher), con la tappezzeria di Bayeux, con i cavalieri di Cressac e con la scena di Aquileia. Sono confronti di stile, non una prova di un ordine militare.

M. Petrocchi, 1964, pp. 183-186
Il 1993

Il grande arco

«A questo punto anche il grande arco può simboleggiare l'ingresso dei crociati in chiesa per l'ultima benedizione prima della partenza.» Giuseppe U. Petrocchi collegherebbe così l'ipotesi dei cavalieri alla Cappella dell'Annunziata e all'orientamento della navata.

G. U. Petrocchi, 1993, p. 52
I Templari

Un'ipotesi divulgativa

Il riferimento all'Ordine Templare compare nell'articolo di Francesco Pecchi (Annales 2021), che legge i fiori dei cavalieri come rosa e giglio, simboli degli iniziati. Negli studi di Pacifici, Petrocchi e Ottati la parola «templari» non compare mai.

F. Pecchi, 2021

1910

La scoperta, raccontata da chi la fece

Vincenzo Pacifici scopri gli affreschi da ragazzo, con il padre, in un ambiente locato a un fabbro ferraio e poi ridotto a stalla. Il suo racconto, del 1936, è il documento più vivace che esista sulla vicenda. La data, però, non la dà lui: la prima carta che attesta la scoperta è una lettera dell'ispettorato dei monumenti del 12 ottobre 1910.

«L'ambiente era stato locato per molti anni ad un fabbro ferraio, poi s'era ridotto a stalla. La struttura della volta ch'era assolutamente nera destò appena la vidi una certa sorpresa: raschiando qua e là apparvero dei colori e alcune teste presso la finestra centrale. Mio padre fece subito sgombrare l'ambiente, costruire l'impalcatura e procedere al lavaggio con acqua e acqua saponata delle vele della volta e delle pareti.»

V. Pacifici, «La chiesa di S. Stefano», Atti e Memorie XVI (1936), pp. 67-68

«Il Consiglio divenne subito dopo ordine. E fu il primo danno perchè la fuliggine era ancora molle e oleosa e si scioglieva con facilità, al contrario di quel che avvenne più tardi.» — Il libro dei conti della scoperta, e il primo ostacolo: la fuliggine, che allora si lasciava sciogliere, si è poi irrigdata e ha reso il lavoro più difficile.

V. Pacifici, 1936, p. 69

Come si scoprì

  1. Il contesto. Dalla seconda metà dell'Ottocento e per tutta la prima metà del Novecento l'edificio fu usato come abitazione civile; la cappella era adibita a sacrestia dal XVI secolo, confermato dalla visita del vescovo Giovanni Andrea Croce nel 1595.
  2. La scoperta. Il lavaggio con acqua e acqua saponata rivela «la figura dell'angelo evangeloforo, la crocifissione e la nascita di Cristo, la dormizione di Maria e, nella lunetta della terza parete, una triplice scena».
  3. Il ciclo. «Nella prima scena, unica in alto (mentre le altre sei son disposte a due a due) si vedono le figure genuflesse di Antioco e Perpetua, dal busto in giù; mentre nella sommità, a sinistra guardando, si scorge una piccola mano, forse quella dell'angelo.»
  4. L'iter. La legge 20 giugno 1909 n. 309, il Consiglio, le pratiche per i restauri, la lettera di De Prai del 5 agosto 1921: «son corsi altri tredici anni […] nessuno ha provveduto ai lavori di Tivoli».
  5. Il testo. «Io solo, personalmente, ho continuato a scoprire gli affreschi con lunga pazienza e con non poca fatica liberandoli dalle croste della calcina talora assai spessa e dura e dalle scaglie della fuliggine ormai secca e squamosa.»
Affreschi della cappella di San Stefano
La parete del ciclo oggi. La fotografia è di F. Pecchi (Annales III n. 2, 2021): le pitture, dopo lo scoprimento del 1910, sono «quasi perfettamente conservate».
Dettagli degli affreschi nella cappella di S. Stefano, area absidale
Dettagli degli affreschi nell'area absidale. «Nella scena del Transito della Vergine […] il pittore seppe ingegnarsi ad affollarvi quindici figure, e accavallò gli Apostoli in un mare di teste» (Pacifici, 1936, p. 79).

Le carte della scoperta

Le lettere che Pacifici riprodusse nel suo articolo del 1936 sono i primi atti documentati della vicenda. Servono a datare la scoperta, che Pacifici non data, e a mostrare l'inciampo amministrativo che la accompagna: la legge del 20 giugno 1909 che la Soprintendenza invoca è un richiamo, non la data dello scoprimento.

Il 27 ottobre 1910

L'ispettorato di scavi e monumenti nel mandamento di Tivoli, nella persona di Luigi Coccanari, scrive al «Cav. Giovanni Pacifici». L'oggetto è di una chiarezza unusuale: «Affreschi scoperti in antica chiesa diruta Via de' Ferri». Coccanari ha visto i dipinti riapparire, e ha consigliato di sospendere i lavori di scopertura assicurando che il Ministero avrebbe ripreso i lavori.

Regio Ispettorato di Scavi e Monumenti nel Mandamento di Tivoli, lettera del 27 ottobre 1910, in V. Pacifici, 1936, p. 69

Il 10 gennaio 1911

Dalla Soprintendenza dei Monumenti di Roma e Aquila, con firma Radici, arriva la richiesta: «Prima di decidere sul restauro e pulitura degli affreschi della cappellina di sua proprietà, presso via dei Ferri, il Ministero desidera sapere a quale uso la S. V. intenda adibire l'ambiente e quali garanzie può dare per la buona conservazione degli affreschi». Con l’avviso che gli affreschi «non possono essere nè stuccati, nè restaurati».

R. Soprintendenza dei Monumenti delle provincie di Roma e Aquila, lettera del 10 gennaio 1911, in V. Pacifici, 1936, p. 70

Gli affreschi erano già noti

È la conclusione che il racconto del 1936 permette di trarre. Nel 1848 Bulgarini segnalava «una brevissima indicazione» di queste pitture, attribuendole «alla scuola di Giotto»; nel 1863 Tommaso Minardi certificava per iscritto che «sono degne di essere conservate»; nel 1936 Pacifici ritrova nella storia del Bulgarini quella notizia e conclude che gli affreschi erano noti da tempo. Quello del 1910 non è dunque uno scoprimento delle pitture, ma lo scoprimento dell’intonaco.

G. Bulgarini, «Notizie di Tivoli», 1848, p. 80 · T. Minardi, 10 aprile 1863 · V. Pacifici, 1936, p. 68

Un acquerello del 1908

Un documento ulteriore stringe il margine. Petrocchi osserva che della straordinaria somiglianza dell’affresco tiburtino con il combattimento dei crociati di Artins «ce n’è ricordo in un acquerello eseguito verso il 1908»: caschi rotondi, nasali, vestiti di maglia, scudi e lance sono delineate «con notevolissima vicinanza alle soluzioni tiburtine». L’acquerello è dunque anteriore alla scoperta: il dipinto era già studiato e riprodotto prima che il muro venisse scoperchiato.

M. Petrocchi, Atti e Memorie XXXVII (1964), p. 183
Fotografia del 1937 della scena della predicazione
«La prodigiosa predicazione», tavola IV degli Atti e Memorie XII (1937): gli affreschi nel loro stato degli anni Trenta, quando la scoperta era ancora una vicenda d’ufficio e non un fatto compiuto.

Le fonti d'archivio

Dal regesto del 978 alla lettera del 1921

Le pitture erano documentate molto prima del 1910. Pacifici ne riporta le parole esatte, conservate negli atti vescovili: è la serie che permette di misurare quanto il ciclo fosse conosciuto e quanto fosse deteriorato. Alla serie delle visite pastorali si aggiungono i documenti anteriori e successivi: il regesto dubbio del 978, il lascito del 1400, il graffito del 1506, la certificazione del Minardi del 1863, e le lettere amministrative del 1910-1921.

Cronologia

Duemila anni in una facciata

Quattro secoli di parrocchia, un secolo e mezzo di degrado, un restauro che ha scelto di non ridipingere nulla. Ogni voce è fondata su una fonte.

Restauro conservativo

Calce, grassello, pozzolana: restaurare senza ridipingere

«Il restauro dell'ex Chiesa Santo Stefano ai Ferri a Tivoli ha rappresentato una sfida complessa a causa della natura eterogenea dei materiali e dei numerosi interventi subiti nel corso del tempo.»

Il cornicione e l’intonaco dopo il restauro
Dopo l’intervento

Il cornicione e l’intonaco della facciata al termine dei lavori. Immagine: La Banca della Calce, settembre 2025.

Metodo

Storico-archeologico

«La sfida principale era quella di creare una miscela unica, a base di calce, che potesse armonizzare con le diverse texture e i vari colori della facciata, replicando le tinte originali e garantendo al contempo un legame duraturo tra i vari strati.»

La Banca della Calce, 2025
Materiali

Grassello e NHL 5

«Il successo del restauro è stato possibile grazie all'uso di leganti specifici, come il Grassello invecchiato e la Calce Idraulica NHL 5, combinati con sabbie locali e pozzolane. Questi materiali hanno permesso di ottenere una malta dalle elevate prestazioni tecniche […] rendendo difficile distinguere le parti nuove da quelle originali.»

La Banca della Calce, 2025
Committenza

Le richieste della Soprintendenza

«Questo risultato […] ha pienamente soddisfatto le richieste della Soprintendenza e della committenza, che desideravano un restauro storico-archeologico che non alterasse in alcun modo materiali, colori e forme originarie.» I crediti: progetto della Dott.ssa Cecilia Bartoli, in collaborazione con il Geom. Marco Colle, lavori di EdilMan di Alessandro Nobili.

La Banca della Calce, 2025

L'intervento, parte per parte

Stratigrafia dell'intonaco

Passa il mouse (o tocca) sugli strati per esplorerli.

    I materiali, campionati

    Nessuna di queste è un'illustrazione: sono campioni reali. Il laterizio e il travertino sono ritagli dell'elevazione fotografica, il selciato è la pavimentazione in basoli davanti all'ingresso, l'intonaco a calce viene dal cantiere del restauro conservativo del 2025, dove la malta è stata stesa e documentata. La fonte è indicata sotto ciascuno.

    Tivoli

    L'isolato medievale

    «Il processo di trasformazione urbanistica dell'isolato iscritto tra via del Duomo, vicolo dei Ferri, piazza del Comune, ove si trova la chiesa di S. Stefano in Tivoli, non consente oggi una lettura chiara e definita dell'impianto medioevale.»

    Il lotto

    «Da una parte vi è tuttora vicolo dei Ferri, fronteggiante la facciata principale; nella parte opposta, dietro l'abside, non vi erano costruzioni, anche per la sensibile differenza di quota del terreno; la parte di destra era fiancheggiata da un vicolo, dal cimitero e da un orto, mentre la parte di sinistra che attualmente è intasata da costruzioni, doveva essere libera fino alla importante strada di collegamento urbano di via del Duomo.»

    G. U. Petrocchi, 1993, p. 49

    L'ingresso

    «Forse la parte più importante non doveva essere quella della facciata principale, ma quella laterale sinistra. Infatti l'ingresso alla chiesa avviene da vicolo dei Ferri, via stretta e che non presenta slarghi di ampiezza tale da assurgere a piazza.»

    G. U. Petrocchi, 1993, p. 51

    Le mura

    «La costruzione ha per fondamento infatti uno dei muri "ciclopici" o "serviani" che furono utilizzati per la costruzione delle terrazze del clivio tiburtino.» La chiesa sorge «entro la cinta muraria di età sillana (80 a.C.), posta nella parte alta del nucleo medievale, ricadente nella contrada S. Paolo». L'opus quadratum presente nella chiesa è stato fatto oggetto di studio anche da C. G. Giuliani, Tibur pars prima (Roma, 1970).

    G. U. Petrocchi, 1993, p. 53 e nota 2
    Prospetto principale di S. Stefano ai Ferri, disegno di Petrocchi
    Prospetto principale, disegno di G. U. Petrocchi (Atti e Memorie LXVI, 1993, tav. IX): con i tre archi del registro superiore, il portico murato e le due colonne in marmo cipollino.
    La chiesa di S. Stefano esterno con portico
    «Chiesa di S. Stefano (esterno) con portico», in una foto degli anni Sessanta conservata negli Atti e Memorie (1993, tav. XIII).

    Il contesto

    Il foro

    La Mensa Ponderaria

    «La Mensa Ponderaria, o pesa pubblica, era situata nel foro della città di Tibur. L'edificio, probabilmente di età augustea, fu rinvenuto casualmente nel 1883.» Due mensae in marmo con cavità concave alloggiavano i pesi ufficiali. Piazza del Duomo 4.

    Comune di Tivoli
    La giustizia

    Il giudice sediale

    «Addossata ai beni della chiesa, in un angolo rientrante, dietro l'abside, sulla piazza del Comune e di fronte alla casa comunale era una mensa lapidea dove il giudice sediale amministrava all'aperto la giustizia.» Il toponimo, per Pecchi, potrebbe richiamare i ceppi con cui si serravano i piedi dei prigionieri.

    V. Pacifici, 1936, p. 54 · F. Pecchi, 2021
    Dopo la chiesa

    Le case-torri

    «Lungo vicolo dei Ferri dopo la Chiesa di S. Stefano, sulla sinistra scendendo, sono poste due case-torri»: strutture polifunzionali, «presidi militari», ma anche «residenze dei cosiddetti miles, titolo onorifico di cittadini-soldati».

    V. Pacifici, 2015

    Il vicolo nel sistema viario antico e medievale

    Le strade nominate

    Le fonti consentono di ancorare il vicolo nella toponomia antica: la via del Duomo corrisponde alla via Formae, la via del Colle alla via S. Valerio (la via Valeria), la via di Postera al vicus Patricius, e il vicolo della Scalinata — oggi vicolo dei Marzi — alla via publica cum gradas suas. La pianta redatta da Mari e Ferruti colloca la zona della cattedrale, e con essa il nostro isolato, in un impianto di strade nominate.

    Z. Mari, F. Ferruti, Atti e Memorie XCVI (2023), fig. 8, p. 30

    Il vicolo dei Palatini

    All’isolato della chiesa appartiene il Vicolo dei Palatini, «ortogonale all’attuale vicolo dei Palatini, che nell’impianto medievale aveva una maggiore importanza di collegamento»: metteva in contatto l’isolato di piazza Palatina — oggi piazza dell’Erbe, dove stanno il palazzo dell’Arengo, la torre campanaria e la chiesa di San Michele — con la via del Duomo e con la chiesa di S. Stefano.

    G. U. Petrocchi, Atti e Memorie LXVI (1993), pp. 49-50

    La contrada S. Paolo

    Le contrade di Tivoli sono sancite dallo statuto del 1305: Castroveterre, San Paolo, Santa Croce, Trevio. È la contrada S. Paolo — l’isola del nucleo medievale — in cui Petrocchi colloca la chiesa, dentro la cinta muraria di età sillana. La popolazione della città si aggira «tra i 6.000 e gli 8.000 abitanti» all’inizio del XVI secolo.

    G. U. Petrocchi, Atti e Memorie LXIX (1996), p. 29
    Veduta incisa di Tivoli nel 1578
    «Tiburtum vulgo Tivoli», incisione di Abraham Ortelius e Georgius Hoefnagel (1578): il borgo sul ciglio del burrone, con la cinta muraria di età sillana ancora leggibile. Bibliothèque nationale de France, pubblico dominio.

    Un isolato mai finito

    Il vicolo del Giglio

    A sessantacinque metri dal Vicolo dei Ferri si apre il Vicolo del Giglio, che è l’attuale denominazione della piazza Colonna: la piazza che il Rinascimento tiburtino aveva progettato — insieme a quella nei pressi del Seminario — come grande piazza monumentale, e che non fu mai completata.

    G. U. Petrocchi, Atti e Memorie LXIX (1996), pp. 33-36

    Il palazzo Marzi

    Lo stesso edificio, il palazzo Marzi, funzionava da nodo dei percorsi: aveva due accessi distinti, uno dalla piazza Colonna (oggi vicolo del Giglio) e l’altro «dal vicolo dei Ferri, per mezzo di un sottoportico», convergenti in un unico corpo scala monumentale.

    G. U. Petrocchi, Atti e Memorie LXIX (1996), p. 35

    Il Seminario e la collegiata scomparsa

    L’attuale vicolo del Seminario fu «edificato in epoca recente, conseguente all’ampliamento del seicentesco edificio del Seminario», sorto — nel 1647 — sulla demolizione della collegiata di San Paolo, la contrada in cui il Petrocchi colloca la chiesa di S. Stefano. Le piante del 1836 dell’isolato di piazza del Seminario conservano la consistenza del luogo prima delle trasformazioni ottocentesche.

    G. U. Petrocchi, Atti e Memorie LXIX (1996), pp. 29, 35
    Piazza Roesler Franz a Tivoli
    Piazza Roesler Franz, sulla ex piazza Palatina: uno slargo che ha preso il nome di uno dei due edifici che lo chiudono. Fotografia di Lalupa, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0.

    Lo scavo nel vicolo

    Una fontana del I secolo a.C.

    Negli anni 2018-2023, gli interventi di scavo e restauro programmati dalla Soprintendenza e le indagini preventive per opere pubbliche e private hanno fatto emergere, nel Vicolo dei Ferri, una fontana monumentale del I secolo a.C. con resti della decorazione pittorica e un sepolcreto databile al IX-XIII secolo annesso alla chiesa di S. Stefano: un complesso che conferma la continuità d’uso del vicolo fra età antica, medioevo e moderna.

    Società Tiburtina di Storia e d’Arte, «Recenti scoperte archeologiche nell’area urbana di Tivoli», 21 novembre 2024
    Veduta incisa di Tyoli nel 1564
    «De la cité de Tyoli» (1564): la città vista dal basso, con la rocca e il tempio della Sibilla. Du Pinet, Apian e Gemma Frisius, Bibliothèque nationale de France, pubblico dominio.

    Il piano regolatore che non arrivò mai

    Trent’anni di attesa

    La documentazione d’archivio conservata nella relazione del commissario prefettizio Silvio Innocenti (1936) è netta: da oltre trent’anni si discuteva «la necessità di dare a Tivoli un piano regolatore»; l’amministrazione del 1924 riconosceva «la necessità indilazionabile di varare una buona volta il piano regolatore»; nel 1930 l’incarico fu affidato all’ing. Salvati; il 4 febbraio 1933 il Sindacato degli ingegneri protestò che «siffatti progetti devono essere oggetto di pubblico concorso». Ma il fatto è che «ciò non è mai avvenuto»: dei progetti affidati non si è mai trovata traccia negli archivi comunali.

    A. Visani, Atti e Memorie LXIX (1996), p. 81

    La crescita del borgo

    La città passa dagli 8.105 abitanti del 1871 ai 13.396 del 1901 e ai 19.223 del 1931: «l’utilizzazione della energia idraulica […] ha permesso il sorgere in Tivoli di alcune industrie (cartiere, cappellifici, fabbriche di coltelli)». È il contesto che rende la mancata disciplina urbanistica la chiave di lettura dell’assetto attuale del vicolo.

    R. Almagia, G. Mancini, V. Golzio, V. Pacifici, R. Caggiano, «Tivoli», Enciclopedia Italiana XXXII (1937)
    La festa romana a Tivoli, fotografia di Ettore Roesler Franz
    «05 Roesler-Franz a Tivoli — festa romana»: Ettore Roesler Franz documenta la città all’inizio del Novecento, quando il borgo comincia a crescere intorno ai suoi vicoli. Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

    Il contorno: le chiese in un raggio di mezzo chilometro

    In un raggio di poco più di mezzo chilometro dal Vicolo dei Ferri si contano, documentati da fonte, la chiesa di San Michele Arcangelo in Piazza dell’Erbe (già piazza Palatina, XII secolo, oggi sconsacrata e sede della Sala Roesler Franz), la chiesa di San Pietro alla Carità (su resti di villa romana, facciata in mattoni, campanile con basamento e primo piano del XII secolo e due ripiani del Trecento), la cattedrale di San Lorenzo, la chiesa di San Silvestro in via del Colle — che nel XVII secolo fu ridotta da tre a una navata «per allargare via del Colle da un lato, e la casa parrocchiale dall’altro» —, la chiesa di Santa Maria Maggiore in piazza Trento (detta anche San Francesco, il cui monastero benedettino fu trasformato in Villa d’Este nel 1550), la chiesa di San Vincenzo, quella di Sant’Anna e quella di San Giovanni Evangelista, inglobata nell’omonimo ospedale. Sullo sfondo si stagliano i quattro templi dell’acropoli: il Tempio di Vesta, il Tempio della Sibilla, l’Anfiteatro di Bleso e il Santuario di Ercole Vincitore.

    Coordinate e indirizzi: OpenStreetMap (ODbL), via Nominatim · schede di monumento: Wikipedia IT «Tivoli», «Duomo di Tivoli», «Chiesa di San Pietro alla Carità», «Chiesa di San Silvestro (Tivoli)», «Chiesa di Santa Maria Maggiore (Tivoli)» · Comune di Tivoli, «Opuscolo percorso del centro storico» (2023). Le distanze sono in linea d’aria e non misurano percorsi pedonali.

    Fonti e bibliografia

    Da dove vengono le informazioni

    Ogni fonte è raggiungibile e citabile. I documenti digitalizzati degli Atti e Memorie si scaricano e si consultano per pagine.

    Come è fatta la parte documentale

    Che cosa è fonte

    • Datazioni, architettura, affreschi, atti notarili e pastorali
    • Descrizioni e interpretazioni dei tre studiosi (Pacifici, i due Petrocchi, Ottati)
    • Le schede istituzionali del Comune di Tivoli e di Visit Tivoli
    • La voce NASSCAL (ECMA 200) e la sua bibliografia

    Che cosa non è fonte

    • Le quote metriche della facciata: sono una misura propria su fotografia
    • La lettura dell'iscrizione: parziale, e non pubblicata
    • Le schematizzazioni delle visite pastorali: riassunte, con citazione
    • Le tavole e le fotografie: riproduzioni di fonti, con il credito in figura

    Crediti delle immagini

    L'elevazione è una ricostruzione metrica ricavata da una sola fotografia raddrizzata in prospettiva: la scala è fissata da un elemento di dimensione nota (la finestra con inferriata, 1,00 m) e le quote ricavate sono quindi attendibili ma non certificate da un rilievo. La pianta del vicolo è una ricostruzione schematica, non in scala.